
in fondo c'è un po' di arroganza nella tua mano che apre piano la porta, nei tuoi occhi che titubanti cercano un posto a sedere, nei tuoi piedi che silenziosi si sistemano sotto il banco. è che credi di conoscere - il silenzio, il rispetto, la discrezione. perchè siamo abituati a fare silenzio quando qualcuno dorme, ma siamo da soli, siamo abituati a stare ad ascoltare ad una conferenza o al cinema, anche se siamo in tanti, perchè c'è qualcosa, qualcuno che riempie lo spazio fra noi. lì invece si è in tanti, e nulla riempie il silenzio. è una sensazione strana, quasi come un fastidio, un vuoto che ti separa dagli altri - è quasi imbarazzante. abbassi gli occhi e sistemi le tue matite i tuoi libri la tua mezza naturale. non è all'improvviso, è rigo dopo rigo che inizi a renderti conto che le parole si visualizzano nero su bianco nella tua testa. è parola dopo parola che inizi a guardarti intorno, e vedi che quella matrice di corpi chini sulla scrivania copiati con la carta carbone sono immagini di
travaledifferenze. E' come con le lettere nella settimana enigmistica, solo che invece delle parole emergono tic. vedi l'ordine maniacale della geometrica disposizione degli oggetti sul banco della studentessa di medicina due tavoli dopo di te, vedi i numeri che galleggiano in un apparente ordine caotico sui fogli bianchi del matematico dai capelli arruffati alla tua destra, segui come un balletto da manuale il gesticolare da maestro d'orchestra del tipo di fronte a te -
che poi cosa avrà da gesticolare che studia fisiologia della sessualità. è il tremolìo delle labbra che rapisce il tuo sguardo alla fine, quel respiro di parole incagliate nel limbo fra detto e pensato, e d'improvviso ti scopri ad immaginare come sarebbe se fossimo tutti dentro un fumetto, e quelle centinaia di pagine lette si materializzassero in vignette kilometriche - ne fai nella tua testa una carta da parati di lettere sovrapposte. riprendi a leggere. ancora qualche frase. rialzi lo sguardo, e il vuoto non è più vuoto, il silenzio non è più silenzio - ti riempie gli occhi l'aria gravida d'inchiostro ed è quasi da tapparsi le orecchie il silenzio assordante delle matite che scorrono morbide sulla carta. un mondo parallelo dalle coordinate fatte di parole non dette, ma pensate, di occhi cinematografici da lasciar scorrere come pellicola, di tic da collegare come puntini.
pensieri disordinati di un viaggio lungo due giorni.
siamo coriandoli soffiati sulla banchina di una stazione, colorati di accenti del sud e tirati a lucido di vestiti griffati, per sentirci meno provinciali.
la vita di questa città rotola fuori dal finestrino come carta straccia - potrei passare una vita intera a raccogliere tutto ciò che lascia scivolare dietro il suo passo veloce.
le auto galleggiano in autostrada trasportando carichi fragili. la punto blu nasconde una vecchina di cartapesta incorniciata da un foulard fruttato - la testa leggera posata sul sedile, delicatamente stanca di troppa vita. trasporta anni. la station wagon fiorita straripa di fiori di campo anche nel bagagliaio. trasporta primavera. la mercedes fende il traffico con un bimbo crestato a prua, incastrato fra le gambe del papà. trasporta crescita.
osservo le dita rigonfie sul volante di un autista obeso, mi scorre accanto la bravo gravida di una coppia che litiga e penso a quanti anni avranno trascorso insieme quei due. mi domando se i sorrisi saranno stati più delle urla. tamponano. in un attimo. mi domando se almeno in quel momento il loro bilancio abbia azzerato le urla e lasciato solo i sorrisi.