vicoli ciechi
Cerco di focalizzare nella mia mente la morte di N. e continuo a ripetere quelle parole fra le labbra, come se una vita potesse risolversi in due muscoli che si muovono e un po' di fiato fra due corde vocali. Un soggetto, un verbo: la struttura di frase più semplice che ci sia.
N. è morto.Anche un bambino potrebbe capirlo.
Eppure non posso rassegnarmi all'idea che il confine fra due strade possa essere determinato da un sì o un no, da un bacio dato o non dato, da un posto in un letto che non c'era.
E' inutile opporre resistenza: la mia mente non può smettere di immaginare che. di pensare che. a quest'ora sarei potuta essere la fidanzata affranta. a quest'ora sarei potuta essere lì a grattare le unghie sull'asfalto.
Non puo' essere tutto ridotto a mancate intersezioni di attimi.
Abbiamo giocato a nascondino col tempo, io e N., a lungo, arroganti, ignoranti. Pigri, rimescolavamo le carte nel mazzo. Tanto prima o poi. Prima o poi la telefonata arriva, prima o poi capitiamo alla stessa festa, magari ci incontriamo al matrimonio di G, entrambi liberi. Ma il tempo in questo caso è stato benevolo? Non abbiamo vissuto, è vero. Ma ora io non sono lì a bagnare di lacrime la sua pelle ancora più bianca. Non ho scatoloni di roba da bruciare per dimenticare. Ho una manciata di SMS e un paio di fotografie. E sono qui a domandarmi. quante strade a quel bivio. quanti bivi ogni istante. quanti vicoli ciechi.
Ti ricordo a quindici anni. Ti ricordo alla laurea di G., che ti rincorrevo e tu stavi tutto il tempo dietro a L.Io ti ricordo in foto la prima volta. Poi ricordo una tua carezza e il tuo sguardo dietro un finestrino. Ti ricordo scomparire in un ascensore.
Buon viaggio N.