Mab and the infinite sunshine of the spotless mind
giovedì, luglio 03, 2008
  riconoscere.
Riconoscere, conoscere già. Conosci tutto, riconosci, lo conosci già, anche se non lo conosci. Sai. Idee platoniche, astrazioni, ne riconosci le coordinate. Lo sai già, lo sai il profumo della ragazza che dice che si metterà la camicetta rossa, sai già lo struccante che userà tra poco, la foto del fidanzato col gel nei capelli che ha appesa nella bacheca ordinatamente accanto al cane e alla nonna e alla gita del quinto liceo. La sai già la faccia del padre che fuma davanti alla tv che troverà il ragazzo cresta e piercing che ti scarrella avanti in virata. Lo sai, com'è che si sistema le calze che cadono la vecchia che chiede al salumiere a quanto va il prosciutto nostrano. Lo sai, il sottile strato di polvere che c'è sopra il vaso di porcellana cinese che ha nel suo salotto, e lo sai l'odore del liquido per pulire l'argenteria. Li sai, i ragazzini con le scarpe da tennis, il fantasmino e la polo bianca. Sai la macchina che li aspetta per i loro diciott'anni e il silenzio che c'era a cena prima di uscire. Li conosci, li riconosci, come vecchi amici o luoghi d'infanzia, anche se non li hai mai visti. Sai già i loro nomi, la mamma che dice al bambino che il barone rampante l'ha letto 37 anni fa e che quando un libro lo leggi poi te lo ricordi sempre. Lo sai già lo sguardo che ha quando si guarda allo specchio la sera e fissa sempre quella ruga, quella singola ruga che si è scoperta 3 anni e 2 mesi prima. La sai la posizione in cui dorme nel letto e la matita poggiata parallelamente al bordo della copertina dell'ultimo di camilleri sul suo comodino. Li sai e li vedi così crudi, li immagini senza immaginazione, come ripercorrere il profilo del seno di tua moglie, immaginazione senza immaginazione. Memorie di astrazioni. Fantasmi di qualcosa che non è stato ma sarà, potrebbe essere, sarà stato, potrà essere. Per te o per qualcun altro. La sai la montatura degli occhiali che il padre sceglierà per suo figlio e l'apparecchio ai denti che tra due anni lui porterà con poca disinvoltura e molto imbarazzo. Sai già come darà il primo bacio per gioco ad una festa e i fumetti che in segreto legge in bagno mentre fa origami per la ragazzina del terzo banco. Li sai i capelli che perderà a 18 anni suo fratello e le lettere che sua madre scrive alla vecchia amica delle superiori che è andata a vivere in Colombia col tipo conosciuto mentre faceva la cameriera a Londra. Lo sai già, come si aggiusta il colletto suo nonno prima di andare a comprare il corriere la domenica mattina, e il passo sicuro con cui la moglie ha percorso la strada che l'ha portata ad entrare nella stanza del figlio e scoprirlo a farsi una canna. Sai già quanti cucchiaini di zucchero mette suo marito nel caffè e la foto della madre che conserva nel portafogli, gli elenchi delle donne che ha avuto che ripercorre nella mente quando sua moglie si gira dall'altro lato nel letto e ingoia la pillola della buonanotte. La sai già l'espressione sul volto della tua bisnonna quando le hanno detto che suo marito se la faceva con una suora, e sai l'odore dei fiori che il tuo bisnonno le portava due giorni dopo col sorriso da figliol prodigo scolpito sul volto. Le sai le scene che stanno attraversando la mente della ragazzina che chiede all'amica e noi cosa faremo la notte prima degli esami? Le sai le notti che passerà a pensare com'era bello quando ero bambina e mio padre mi portava alla giostra con le tazze e poi mi diceva vuoi fare un altro giro mettendomi in mano un gettone. La sai la notte che saprà che suo padre ha sempre conservato un gettone nel cassetto dello studio e aspettava quel momento più della partita la domenica sera. Lo sai il perizoma che indosserà la fidanzata velina del calciatore quella stessa sera e la sai la sua domenica pomeriggio a casa dei genitori a vergognarsi di avere un padre senza due denti e le mani spaccate dalla terra. Lo sai lo stupore sul volto di una vicina curiosa, le unghia mangiate del vicepresidente dell'azienda e la striscia di coca che il suo collega tiene nel portasigari nel taschino interno della giacca. Lo sai il sapore dello sformato di salmone che ha mangiato nel ristorante francese la sera prima col suocero in viaggio d'affari. La sai la cotta segreta che ha sempre avuto per la sorella della moglie, e il bacio che quella volta ha visto fra il prof d'italiano e la sua compagna di banco nel cortile dietro la scuola. Lo sai il colore delle loro macchine, l'odore dell'ammorbidente che usano e quante volte agitano il bicchiere prima di buttare giù l'ultimo sorso di jack daniels. Lo sai cosa scriverà sul diario la ragazzina con le converse dopo aver visto per la prima volta la sua migliore amica mentirle, e sai perché lei starà mentendo. La vergogna che prova perché ha 18 anni ed è ancora vergine. Le sai le delusioni che l'impiegato del comune tenta di nascondere dietro l'educazione rigida che da al figlio, sai le sue mani che conoscono a memoria il corpo della sua amante da 10 anni. Li sai nei loro ritmi, nei loro gusti, nelle loro manie. Eppure. Alla fine tutto, anche il riconoscere, ti sorprende.

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giovedì, maggio 15, 2008
 
La strana ragazza dalle mani troppo grandi disegnava fiori come case e alberi di filo interdentale. Lei e il suo principe di cartone correvano su biciclette di filo spinato e nel loro mondo dipinto a mano gli uccelli erano girandole di plastica. Il ragazzo strano sedeva in un angolo nascosto dietro fondi di bottiglia, ma non aveva mai bevuto un goccio in vita sua. Era nato con un cuore di paglia, un nido preconfezionato.

Se ci guardiamo negli occhi ci riconosciamo, quando abbiamo cuori che combaciano a formare una barca in un puzzle di pirati. Le nostre parole se apri la bocca calano in piogge torrenziali, ci raggelano sotto un getto d'aghi. Lascia andare la tua pelle lentamente, spogliati sensuale lasciando i tuoi polmoni pulsare all'aria aperta, voglio vederti respirare. Le tue vene pompare vita, il tuo cuore ondeggiare sulla riva del tuo sterno. Cosa siamo se non grovigli di vene e ossa sotto strati e strati di pelli per proteggerci in inverno. Spogliati e lascia la tua pelle appesa lì al sole. Voglio vederti in trasparenza attraversata dalla luce che proietti. Seduta su quella poltrona, con le gambe raccolte sotto il sedere, le mani posate sullo stomaco. Sei un cigno dalla testa timida e dalle lacrime di pece. La ragazza strana del banco in fondo. Io sono il ragazzo strano della prima fila, quello con gli occhiali a proteggergli il cuore che si specchia nelle equazioni di gesso sulla lavagna scura. Tu sei la ragazza strana che disegna di kajal il diario in rovina, tenuto insieme solo da uno spago. Legati stretti lontani dalle incolmabili distanze adolescenziali che nel giro di pochi anni crolleranno fragorosamente sotto i colpi dei nostri 15 minuti accademici e i suoni sintetizzati delle discoteche elettroniche pompati di speed. E non importerà più se entrando in casa riponevamo ordinatamente sulla scrivania i nostri libri già pronti per lo studio pomeridiano o se seminavamo il cappotto lo zaino le scarpe ad ogni passo penetrando la casa in cui siamo cresciuti. Ogni minuto è un atto di ribellione alla morte. Ogni minuto che decidiamo di fumare via in cerchi di alito e parole, guardandoci negli occhi ma perdendoci nella scenografia, in fondo è condensa che ritroveremo sui nostri finestrini correndo incontro alle giornate di infissi da rifare e scolapasta dai manici sciolti troppo vicini ai fornelli. Sarà il fruscio catastrofico di un respiro notturno a riportarci alla realtà. Ai miei occhiali a fondo di bottiglia e alle tue scarpe dai lacci diversi. Saranno le manifestazioni in cui tu urlavi la separazione dei tuoi genitori e i versi di Ovidio che io mi ostinavo a tradurre parola per parola con i miei cuscini di conoscenze sotto la sedia a farmi sentire più grande. Sarà la tua voce rauca un giorno dall'altra parte del mare a dirmi sai ti ho sognato ancora dietro i tuoi fondi di bottiglia e ho pensato che avrei voluto bloccarti lì, imprigionarti nell'immagine che si fa piccina se guardi le lenti di lato e si scompone a livelli multipli come un quadro cubista. Studiamo la prospettiva guardando le nostre vite come avessimo quarantanni, studiamo il tempo scomponendo i nostri movimenti come se potessimo rallentare le vite in corsa verso un copione già scritto. Lasciamo che lo sceneggiatore ci dipinga con le pance piatte e le lenti a contatto. Lasciamo che finga un po' per venderci un po' meglio, perchè un giorno possiamo avere ragazzine che ci fermano per strada e ci chiedano dov'è finito il ragazzo strano che si nascondeva dietro i fondi di bottiglia? Dov'è finita la ragazza strana che profumava di incenso e pashmina? Dove sono finiti i nostri strati di pelle a proteggerci dalla primavera? L'estate ha portato con sè frutti troppo maturi e fiori troppo fragili per resistere ai 40 gradi all'ombra. Li innaffio spesso con le lacrime e loro crescono di vetro e sabbia. Mi sveglio di notte e ci alito sopra per tenerli al caldo. Cresciamo anche noi concimati di finte verità e ogni giorno la metropolitana ci fa da tapis roulant di vita ed energia. Usciamo dalla porta principale con il sole che ci fora le pupille e pensiamo dov'è finito il ragazzo che si scioglieva dietro i fondi di bottiglia e ne avrebbe voluto tanto bere anche lui una e sognava seni sodi e cosce vellutate. Dov'è finita la ragazza strana che riempiva di inchiostro la sua rabbia e fingeva di avere lo sguardo troppo timido per stare su con la schiena. Ci chiederemo un giorno se veramente ne sarà valsa la pena di giocarci la vita ad una partita a carte infinita, in cui le carte si rimescolano sempre e chi è fortunato in amore vince sempre comunque. Ehi, lasciami il mio cuore nato con l'eco e la mia testa che ribolle di sangue di nichel. Lascia che due persone uniscano le loro emicranie per farne cerchi intorno alla testa e cefalee abnormi. Siamo esseri mitologici dalla testa di ricordi e dal cuore di polvere bianca. Lascia che la ragazza strana inforchi gli occhiali a fondo di bottiglia e ci veda meglio di prima perchè finalmente vede il mondo diritto, e prima lo vedeva storto e pensava forse dovrei mettermi gli occhiali. Lascia che il ragazzo strano perda i suoi occhiali per non perdere il suo sorriso e si scopra anche lui a dipingersi la vita.
 
sabato, giugno 30, 2007
  di corde di chitarra e fumosi caffè
nascosto nell'aroma del quarto caffè della giornata, il giro di chitarra di a. .
esco e accosto la porta, perchè il suo sguardo fisso su una foto abbia il raccoglimento che merita, la delicatezza di un filo d'aria e di luce che filtrano con discrezione, senza illuminare nè rivelare.
i rumori di corde grattate che metterebbe in sottofondo, le canne che annebbiano la sua stanza, la voce raschiata da troppe sigarette, lo sguardo timido e le parole masticate come tabacco: a. è un accordo che non conosce.
a. a volte gli accordi se li inventa perchè non sa suonare la chitarra: a. non ha consapevolezza.
a., noi ci innamoriamo di persone che si nutrono dei loro stessi sensi di colpa.
a., noi non possiamo salvarle perchè loro non vogliono essere salvate.
lo conosco da pochissimo ma vorrei già abbracciarlo. dirgli di trovare in quei giri di chitarra qualcosa di più di un istinto di protezione inappagato, di lasciar perdere le tenerezze di persone che girano in tondo nei propri labirinti, di vedere solo i vicoli ciechi in cui ti conducono per mano, di trovare il suo ritornello e soffiare nelle orecchie di chi lo ascolterà tutto ciò che addensa nel fumo del suo tabacco, nelle sue poesie di rimbaud, nel suo manifesto del che, nella sua ingenuità di provinciale sbarcato troppo grande nel mondo, nel suo animo troppo femminile per sottostare a frustrazioni da cattoliche frigide.
a., facciamoci un altro caffè, fumiamo via il filo di pensieri che ci rimane.
stasera ti prendo e ti porto via.
 
domenica, maggio 06, 2007
 

in fondo c'è un po' di arroganza nella tua mano che apre piano la porta, nei tuoi occhi che titubanti cercano un posto a sedere, nei tuoi piedi che silenziosi si sistemano sotto il banco. è che credi di conoscere - il silenzio, il rispetto, la discrezione. perchè siamo abituati a fare silenzio quando qualcuno dorme, ma siamo da soli, siamo abituati a stare ad ascoltare ad una conferenza o al cinema, anche se siamo in tanti, perchè c'è qualcosa, qualcuno che riempie lo spazio fra noi. lì invece si è in tanti, e nulla riempie il silenzio. è una sensazione strana, quasi come un fastidio, un vuoto che ti separa dagli altri - è quasi imbarazzante. abbassi gli occhi e sistemi le tue matite i tuoi libri la tua mezza naturale. non è all'improvviso, è rigo dopo rigo che inizi a renderti conto che le parole si visualizzano nero su bianco nella tua testa. è parola dopo parola che inizi a guardarti intorno, e vedi che quella matrice di corpi chini sulla scrivania copiati con la carta carbone sono immagini di travaledifferenze. E' come con le lettere nella settimana enigmistica, solo che invece delle parole emergono tic. vedi l'ordine maniacale della geometrica disposizione degli oggetti sul banco della studentessa di medicina due tavoli dopo di te, vedi i numeri che galleggiano in un apparente ordine caotico sui fogli bianchi del matematico dai capelli arruffati alla tua destra, segui come un balletto da manuale il gesticolare da maestro d'orchestra del tipo di fronte a te - che poi cosa avrà da gesticolare che studia fisiologia della sessualità. è il tremolìo delle labbra che rapisce il tuo sguardo alla fine, quel respiro di parole incagliate nel limbo fra detto e pensato, e d'improvviso ti scopri ad immaginare come sarebbe se fossimo tutti dentro un fumetto, e quelle centinaia di pagine lette si materializzassero in vignette kilometriche - ne fai nella tua testa una carta da parati di lettere sovrapposte. riprendi a leggere. ancora qualche frase. rialzi lo sguardo, e il vuoto non è più vuoto, il silenzio non è più silenzio - ti riempie gli occhi l'aria gravida d'inchiostro ed è quasi da tapparsi le orecchie il silenzio assordante delle matite che scorrono morbide sulla carta. un mondo parallelo dalle coordinate fatte di parole non dette, ma pensate, di occhi cinematografici da lasciar scorrere come pellicola, di tic da collegare come puntini.
 
  pensieri disordinati di un viaggio lungo due giorni.
siamo coriandoli soffiati sulla banchina di una stazione, colorati di accenti del sud e tirati a lucido di vestiti griffati, per sentirci meno provinciali.

la vita di questa città rotola fuori dal finestrino come carta straccia - potrei passare una vita intera a raccogliere tutto ciò che lascia scivolare dietro il suo passo veloce.

le auto galleggiano in autostrada trasportando carichi fragili. la punto blu nasconde una vecchina di cartapesta incorniciata da un foulard fruttato - la testa leggera posata sul sedile, delicatamente stanca di troppa vita. trasporta anni. la station wagon fiorita straripa di fiori di campo anche nel bagagliaio. trasporta primavera. la mercedes fende il traffico con un bimbo crestato a prua, incastrato fra le gambe del papà. trasporta crescita.

osservo le dita rigonfie sul volante di un autista obeso, mi scorre accanto la bravo gravida di una coppia che litiga e penso a quanti anni avranno trascorso insieme quei due. mi domando se i sorrisi saranno stati più delle urla. tamponano. in un attimo. mi domando se almeno in quel momento il loro bilancio abbia azzerato le urla e lasciato solo i sorrisi.
 
mercoledì, novembre 15, 2006
 

Molta gente passa di qui.
Si affacciano, a volte con aria di superiorità, a volte timidamente, a volte con circospezione, più spesso con uno sguardo intenerito.
Le loro monete sono diverse, di rame acciaio alluminio rosse dorate argentee - leggere da accarezzare fra pollice e indice, spesse da lasciar rotolare sul dorso della mano.
C'è chi le getta noncurante, chi le accompagna fino all'ultimo millimetro, chi aspetta che la forza di gravità gliele strappi di mano, chi spera che la caduta disegni una splendida curva in aria, e si gode il tonfo e i cerchi sulla superficie dell'acqua. Molti di loro si affacciano solo per curiosità, altri - pochi - per annusare l'umido e il muschio aggrappato alla pietra. I bimbi si fermano per sognare di tesori di streghe e pirati imprigionati dietro la grata. Una donnabambina un giorno si è seduta con le gambe penzoloni sul muretto, e mi ha raccontato i desideri racchiusi in ognuno di quei centimetri di metallo. A volte la gente passa per rovistare grattando sul fondo, e andarsi a comprare un goccio di pessimo gin. C'è chi crede che donare una moneta valga un desiderio e chi invece pesca dal fondo e non restituisce nulla. C'è chi getta il suo oro solo per il piacere di vederlo luccicare, chi lo fa solo per potersi ammirare riflesso. C'è chi non riesce a scorgere il bagliore della pioggia dorata sul fondo, e si ferma alla ruggine della grata: distoglie lo sguardo e volta le spalle, infastidito.
Io rimango qui, giorno dopo giorno. Oggi depredato, domani più ricco.
Ma sempre vedo l'azzurro attraverso la grata, e il mondo riflesso negli occhi che s'affacciano.
 
domenica, novembre 05, 2006
  per M., e per tutti gli uomini che non ho avuto.
Avrei voluto farti dipingere i miei jeans.
Avrei voluto farti vedere Me and you and everyone we know e farti capire in 1 ora e mezza che cosa vedo ogni giorno attraverso i miei occhi.
Avrei voluto studiare con te, per fare pausa e bere the e mangiare biscotti e baciarci, fra una pagina e l'altra.
Avrei voluto cucinare per te, una domenica, e mettere la tovaglia buona e abbinare i colori dei piatti, dei fiori, dei cibi.
Avrei voluto ascoltare i Mazzy Star con te, in loop, e inventare una foto da metterci su.
Avrei voluto farti conoscere mio fratello, e ascoltarvi parlare per ore e annullare i 10 anni di differenza in pochi minuti.
Avrei voluto andare alla mostra di Andy Warhol con te , e spiarti emozionato.
Avrei voluto farti leggere tutti i miei files .doc e farti commuovere con parole troppo sincere.
Avrei voluto fotografarti mentre dormivi e appendere quel fotogramma in bianco e nero sul muro arancione sopra il mio letto.
Avrei voluto abbracciarti, stanca, la sera e guardarti giocare, incantato, con le mie farfalle tibetane.
Avrei voluto raccontarti miti come favole ed inventare con te il set che voglio farne.
Avrei voluto andare con te in Islanda.
Avrei voluto fare delle foto da abbinare ai tuoi pezzi di filosofia d'inchiostro nero.
Avrei voluto mostrarti la mia terra e il mio teatro e vedermi bambina nelle tue pupille.
Avrei voluto farti leggere Valeria e farti ascoltare le sue meravigliose timide parole sussurrate, e capire dai suoi occhi che è contenta perchè finalmente ho trovato una persona-sorpresa tutta per me.
Avrei voluto ricevere un tuo messaggio la sera prima dell'esame.
Avrei voluto leggerti pezzi di romanzi ad alta voce e ritrovare frammenti dei miei pensieri nelle tue parole.
Avrei voluto lasciarti riempire il mio hard disk della tua musica.
Avrei voluto scriverti un'infinità di sms e regalarti una ricarica perchè tu potessi rispondermi.
Avrei voluto guardarti negli occhi e vedermici, limpida, e sussurrarti facciamolo.
Avrei voluto farti regali ogni giorno e scriverti bigliettini su carta di riso.
Avrei voluto fumare il narguilè con te e baciarti con in bocca l'aroma di mela.
Avrei voluto rimanere ore distesa a pensare, con te accanto, senza mai fiatare.
Avrei voluto svegliarmi prima, una mattina, per andare a comprarti i cornetti caldi.
Avrei voluto fare un viaggio in treno con te, per poter spiegare finalmente a qualcuno la meraviglia che provo tutte le volte che vedo il mare sfumare nelle montagne e poi riesplodere dietro file di alberi.
Avrei voluto leggere e rileggere il tuo moleskine fino a saperlo a memoria, e osservare giorno dopo giorno il quaderno che ti ho regalato riempirsi dei tuoi disegni in bianconero.
Avrei voluto vedere l'esplosione dei colori sulle tue tele.
Avrei voluto che avessi dipinto un quadro per me, e che ci fosse stata la mia anima, imprigionata in quelle scie di colore.
Avrei voluto fotografarti mentre ti saresti impregnato mani e gomiti di vernice, come un bimbo con i colori a dita.
Avrei voluto lasciare che mi iniziassi al piacere del vino, e ubriacarmi con te.
Avrei voluto farti conoscere mio padre, prima che fosse troppo tardi, e vedervi affezionarvi così, in un niente.
Avrei voluto scrivere di te, e infilarti un biglietto in tasca, di nascosto.
Avrei voluto farti leggere tutti i miei libri e ascoltare tutta la mia musica e vedere tutti i miei film.
Avrei voluto portarti al mercato di Senigallia con me, e vedere il mio stupore riflettersi nei tuoi occhi.
Avrei voluto riempirti la vita, e allo stesso tempo lasciarti spazio per respirare, e crescere, e prenderti la tua libertà.
Avrei voluto rendere la tua libertà la mia libertà.
Avrei voluto dire all'unisono noi, senza mai smettere di sentirci io e tu.
 
  gemelli siamesi
M. scrive "She'll always see the best of what's around and will share it with me".
A. dice "Marina vede il bello delle persone".
M. scrive "Sei una donna colorata".
E anche P. lo diceva, ma forse per lui alla fine la cosa non era così positiva.
T. scrive "Saper trovare il lato bello e sorprendente delle persone che conosci è già una dote rara."
E alla fine forse me ne sto convincendo anche io. Ma non è una cosa così naturale, in realtà. E' che se volessi vedere il dolore e il peggio che le persone possono tirare fuori, soprattutto in questo periodo, non avrei che l'imbarazzo della scelta.
Ho trovato lacrime negli occhi delle persone a cui tengo di più, vi ho letto il terrore dell'abbandono, il terrore della morte.
E' quando ci tolgono ciò a cui più siamo attaccati che le nostre mani iniziano a tremare. E quando ce lo preannunciano e poi lo fanno a poco a poco, facendoci sperare ogni secondo che forse...è uno stillicidio, una lenta tortura.
E io cerco di fare quello che posso, raccogliendo le loro lacrime sotto il tavolo, ma ciò che sanno di aver perso o di stare per perdere è infinitamente più importante della mia presenza silenziosa nella loro vita.
E allora scelgo, ogni giorno. Scelgo di vedere il lato illuminato delle persone, quello dove i colori sono più accesi, e lo fotografo, imprimendolo su pixel e inchiostro. Loro si leggono, e si vedono più belle, perchè capiscono che ciò che vedo io c'è, e c'è anche la parte buia, ma sono semplicemente due facce della stessa medaglia - in loro, nelle loro vite. E io li amo tutti perchè tutto è strettamente connesso, il bene col male, il dolore con la gioia, l'amore con l'odio. Tutto quello che faccio è ricordargli, quando loro tendono a concentrarsi su quell'80% di nero, che c'è anche quel 20% di saturazione, e sono gemelli siamesi.
 
martedì, agosto 22, 2006
  (sorridi, sorrido)

- Rivederti è sempre un’emozione.

Le tue mani solcano la sabbia, scolpendo simboli femminini fra cui il mio sguardo si perde, evitando accuratamente il tuo.

- Anche per me è così…non ho più risposto al tuo messaggio, ma lo sai, no? Anche per me è così. Tutte le volte.

- Mh.

- Sei felice?

- Non lo so. Credo di sì.

- …..

- Sai, non è facile essere felice quando hai la consapevolezza di non essere mai stata veramente amata da nessuno.

- Io ti ho amata.

- Non è vero.

- Beh, se per amore intendi vivere un rapporto tradizionale, vivere la quotidianità…beh quello no, ma…

(rido)

- Non è vero, e lo sai. Se mi avessi amata veramente ci avresti provato. Un innamorato per lo meno ci prova, anche se sa in partenza che sarà impossibile. Ma ci prova. Come ho fatto io. Non mi hai mai amata veramente.

- ….

- Hai fatto l’amore? Com’è stato?

- Sono diventata lesbica.

- Ah.

-

-

- Ci avevi creduto.

- Beh…sì

- Confortante, direi.

(sorridiamo)

- Pensavo…ce l’hai ancora il quadernino verde?

(sorridi)

- Certo. Lo porto sempre con me, nella borsa che porto in studio.

- Ah. … Mi piacerebbe rileggerlo. …Per vedere quanto ero stupida allora.

(sorridi, sorrido)

Ti racconto di mio padre e nascondo i miei occhi salati dietro le lenti scure. Sei lontano, in superficie, e io sono una sub d’abitudine, ormai.

- Ti si sono dimagrite le tette. Avevi delle tette perfette.

- E ce le ho ancora. Sono solo ingrassata io, e quindi le tette si notano di meno.

Ti racconto di quanto sono cambiata e tu sei la seconda persona a cui cerco di parlare di quando i miei paletti si sono incrinati, all’improvviso. Di come ho fatto entrare il mondo attraverso gli occhi e ora non sono più capace di trovare l’interruttore e abbassare le tende, e riposare. Vorrei raccontarti dei semafori che non ci sono più e degli incroci senza precedenza, e cerco le parole per raccontarti il mio cuore come porta girevole. E dell’ansia, avrei voluto parlarti dell’ansia che mi assale in acqua, all’improvviso, e mi toglie forze e fiato aggrappata al mio petto. Ma non lo faccio, alla fine. I tuoi piedi poggiano su sabbia calda, i miei cercano, agitandosi, il fondo.

- A me non sembri tanto cambiata. Eri già molto matura per la tua età, allora.

- ….

E le tue battute non fanno più così ridere, e il tuo mondo, che mi era sempre sembrato piccolo ma rassicurante, ora mi sembra davvero troppo piccolo e non ci stanno la Norvegia, la Spagna, Pisa, flickr, Roma, la fotografia, i libri, i viaggi, la Liguria, le mostre, le persone-sorpresa, i concerti. Non c’è curiosità nelle tue parole, non c’è mare aperto ma puzza d’acqua stagnante dalla superficie calma e dal fondo detritico.

D’improvviso, negli occhi.

- Quanta dolcezza, Marì. I tuoi sono in assoluto i ricordi più dolci della mia vita. Non ho mai conosciuto la dolcezza che ho trovato nel tuo sguardo, quando mi guardavi e quasi piangevi dall’emozione.

E io vorrei dirti che quella dolcezza l’hai tirata fuori tu, con le tue mani fra le mie gambe. E da allora fa parte di me. Ma non basta mai, e adesso la rispedirei al mittente volentieri in cambio di un paio di occhi di mistero e un culetto taglia 40.

E speravo di trovare la serenità su cui mi accoccolavo fra le tue parole al telefono, e invece mi stringono i polsi le tue verità ben costruite per giustificare la tua felicità di provincia.

- Non mi sembri così cambiata.

Ah.

 
domenica, giugno 25, 2006
  Floating upon this surface for the birds

Mi siedo e il vimini crepita sotto le mie cosce, come foglia secca in un prato autunnale. Lenta, la prima scia bianca di latte detergente scioglie il nero del mascara. Un gesto violento, un solco nervoso, e il mio trucco da puttana scivola via, volgare e falso come la bigiotteria e i mobili fintobarocchi scintillanti nelle vetrine dei negozi leccesi. La finzione può essere nobile rivestimento di una realtà che vera non può mai essere fino in fondo. E la si può rincorrere, abbagliati. Ma anche la finzione dev’essere d’oro, come il platino che nasconde. La mia bigiotteria da quattro soldi e il mio trucco da puttana di quarta mano non possono che nascondere invece il nylon del bozzolo che mi sono costruita, giorno dopo giorno, illudendomi di poter diventare farfalla, prima o poi. Dovrei saperlo. I colori sgargianti delle ali che ho sempre invidiato: ecco la finzione perfetta. Ecco le variazioni sublimi delle tonalità di rosa azzurro giallo sulle loro ali, e la scia abbagliante che si lasciano dietro. Io invece mi porto appresso, goffa, la mia borsa di Gucci taroccata, e penso che, alla fine, il marchio non serve che ad attirare l’attenzione dei compagni di classe: che sia finto o vero, chi se ne frega. Deve solo abbagliare, specchio per le allodole. In fondo sempre finzione è. Ma anche la contraffazione è un’arte, anzi l’arte è finzione e la finzione è l’Arte per eccellenza - avrebbero dovuto insegnarmelo alle elementari insieme all’abc - e una cattiva attrice non può che fare un capitombolo maldestro e raccogliere i pomodori marci del pubblico, dopo lo spettacolo penoso che prova ad inscenare. Dovrei misurare meglio le parole – dovrei nascondermi sotto il velo di Finzione, indossare la maschera della tragedia e scodinzolare come una farfalla appena uscita dal bozzolo. Dovresti misurarle meno, le parole. - eccerto. E allora verrei fuori dal mio nylon, e vedreste la larva che sono. Un bellissima larva, ma sempre e comunque una larva. Che non ha ali da sbattere, ciglia da far vibrare, colori da far risplendere. Una magnifica larva, ma pur sempre, una larva. E le parole ci piaci di più quando sei naturale sono leggere, facili, ma inconsistenti come solo un po’ di fiato fra due corde vocali puo’ esserlo. E non portano con sè l’abbraccio che vorrei mi aspettasse la sera quando mi getto stravolta sul letto: non portano con sé che tiepida aria, sufficiente solo a tenere spalancate le mie palpebre pesanti di trucco, la notte, quando l’insonnia mi assale. E allora domattina le piante dei miei piedi saranno di nuovo su quel pavimento appiccicoso come catrame, e lenta indosserò le mie ali fucsia, pregando che, ancora per un giorno, nessuno si accorga dell’inganno.

 
giovedì, giugno 22, 2006
  peppe è andato sulla luna

Ti ho lasciata?! Io?! Come?! Quando?!


Peppe era volato via con la sua bombetta vintage e la sua barba di pece e rovi.
E, mentre era via, il mondo aveva cambiato veste e Anna aveva mollato la presa, esasperata.
Legato al letto, lo hanno. Ma lui era un fuoco d’artificio, e sulla luna lo aspettavano il porto le puttane la poesia.
Il ritorno sulla terra è stato un capitombolo, finito nel suo monolocale a fuggire il bagliore di quella città che ha cercato a lungo, e conquistato in dieci giorni.
Peppe sei un grande - dicono gli altri, esaltati.
Peppe sta male – dice Anna, preoccupata.
Che cazzo dici?! – dice Peppe, punto.
Ma lei era l'unica che aveva capito, visto, previsto.
E Peppe adesso a La Maddalena non ci va più, e le puttane dello Stabile non gli interessano, perché con una donna ci sa andare solo se sa con cosa giocava da bambina. Giocavi alle signore che prendono il the alla domenica? Bene, allora possiamo andare a letto.
Peppe sa trasformare frustrazioni in vanti, timidezze in scene da primadonna.
Peppe mette in piazza tutto. E tutto è un’ora e mezza di show che scivola via dal suo cappello panamense.
Peppe cucina per accostamenti cromatici. Salsiccia e uva passa fatta assaggiare al volo, perchè anche se sono le 3 di notte non puoi non assaggiarla. Non vedi come sono belle insieme?. E, la prima volta che mi ha invitata a cena, pasta marmellata di arance pistacchi bacche rosa. Le bacche rosa le mette ovunque. Ho reso indispensabile l'inutile, dice.
Peppe mi chiama alle 12 del mattino per raccontarmi dell’ultima volta che si è masturbato pensando a me, e poi fa un inchino ed esce di scena, per poi trovare il palcoscenico vuoto, dopo la baldoria post-tournée.
Dopo solo un'ora che ci conoscevamo, Peppe mi ha recitato una poesia sulle mie tette. Tu che ci presenti le tue tette come fossero una portata., mi ha detto a cena, seduto di fronte a me.
Peppe voleva solo una piantina da annaffiare sul balcone, e la sua leonessa ad aspettarlo fra le lenzuola.
Eppure adesso Peppe vaga sperduto fra le vie di una terra che non gli appartiene più, dopo aver visto il candore lunare, e per strada non ti afferra più e, invece che con una folla scomposta e maleducata di parole sceneggiate, ti colpisce più a fondo con un ciuff ciuff più basso ma costante, denso e grigio. Ti racconta di come la pirata quarantenne riesca a stanarlo e portarlo in spiaggia a Genova Nervi, a curarli, i nervi. E di come lo psichiatra produca sonniferi per la sua poesia.
L’arte era sulla luna: e come fai a rinunciarci, alla luna, quando ti si presenta dietro l’angolo? E come fa Anna a fidarsi ancora? La bipolarità è un animale in agguato.

Peppe adesso è un pinguino timido. Ma sulla luna ci tornerà presto. Senza Anna.
 
martedì, giugno 13, 2006
  blu cobalto e schiuma di nulla

blu cobalto e schiuma di nulla
Originally uploaded by π ε λ α γ ί α.
io non sono mai riuscita a tuffarmi. mi hanno sempre presa in giro per questo.
anche se devo fare un tuffo da un metro di altezza mi accovaccio tutta e goffamente cado di culo o di pancia, a peso morto e col cuore a tremila.
il terrore di non tornare a galla, la boccata d'aria infinita quando riemergo col sole negli occhi. nuoto rapida a riva, perchè sono salva. terra.
ancora oggi mi sporgo, guardo in basso. e ho paura.
perchè si dovrebbe lasciare la sabbia calda e soffice, rassicurante, per tuffarsi in blu cobalto e schiuma di nulla?
affondo i piedi nell'oro, ora. potrei annegare, dopo.
cambiereste qualcosa di infinitamente bello per andare incontro a qualcosa di cui non vedete il fondo?
eppure sapete che dovete farlo, prima o poi, perchè non tuffarsi è solo seppellire sotto una manciata di sabbia un'urgenza che è lì, e riemerge come uno scarafaggio.
state solo temporeggiando, lo sapete.
goffamente vi tufferete, sapendo già che molto probabilmente annegherete, e ironicamente lo toccherete, il fondo.
ma è la forza di gravità, e non potete farci proprio nulla.

You don't have to stray
The oceans away
Waves roll in my thoughts
Hold tight the ring...
The sea will rise...
Please stand by the shore...
Oh, oh, oh, I will be...
I will be there once more...

[Pearl Jam - Oceans]
 

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